Un lavoro diverso è possibile

 “L’economia dovrebbe interessarsi non solo dell’allocazione efficiente dei beni materiali ma anche della progettazione di istituzioni nelle quali i soggetti sono felici di interagire tra di loro” scriveva qualche tempo fa sull’American Economic Review Matthew Rabin, docente brillante dell’Università di Harvard.

Come dire: Lavoratori felici = Aziende più competitive.

Lo so, per moltissimi oggi ancora, parlare di “felicità” sul lavoro sembra quasi una contraddizione in termini, un vero e proprio contro-senso.

Per fortuna però, sempre più spesso oggi, non solo aumentano le evidenze scientifiche che dimostrano come la felicità sul lavoro sia ormai un vero e proprio principio di “buon governo aziendale”, ma aumenta anche il numero di persone brillanti che hanno più voglia di pensare al futuro che rimuginare sul passato.

Dove le trovi?

Beh, nei giorni scorsi ne potevi trovare diverse decine a Firenze, al Festival Nazionale dell’Economia Civile (si è conclusa giusto ieri l’ultima edizione).

Di Festival oggi si sa, ce ne sono tanti, ma questo mi piace particolarmente perché, come scrivono sul loro sito è “un luogo di incontro per dare forza e slancio a una grande, democratica e generativa, mobilitazione di persone, imprese e associazioni per una nuova economia. Un Festival che dà voce a una società civile in movimento: giovani che coniugano profitto e impatto sociale, imprenditori campioni nella creazione di valore sostenibile, comunità che coltivano semi di cambiamento che trasformano la realtà.”

 Per dirla come nel mio Libro (www.unlavorochevale.it), quello di questo fine settimana a Firenze era un vero e proprio covo di meravigliose Aziende GIVER.

Aziende “virtuose”. Non nel senso di buone, brave o “santerelle”. No. Sono virtuose nel senso originario del termine. L’aretè, la virtù, per i greci era, infatti, la qualità dell’eccellenza. La capacità di portare a compimento e far fiorire le proprie potenzialità. Definiamo, per questo, un pianista, virtuoso, o di un poeta diciamo che è un virtuoso della parola.  

Aziende pensate e fatte da LavorArtisti insomma, come li definisco nel mio secondo libro (www.libromissionelavoro.it), lavoratori appassionati di ciò che fanno, pieni di creatività, voglia di contribuire, capacità di innovare, fiuto per cercare opportunità di crescita e voglia di fare la differenza attraverso il chiedersi di più, anziché il lamentarsi per il “di meno”. E così succede che queste imprese eccellono, nel senso che fanno fiorire persone e luoghi, idee e territori, non accontentandosi dell’ordinario, ma andando alla ricerca dello straordinario.

E come lo cerchi lo straordinario se non dando risorse e strumenti di creatività, soddisfazione e maggior benessere personale ai tuoi stessi lavoratori? Non certo spremendoli come limoni.

E non parlo solo di spremere i lavoratori dal punto di vista economico perché, come queste aziende innovative ben dimostrano, quando cambi il paradigma tutto cambia. Quando cominci ad INCLUDERE i tuoi dipendenti all’interno della tua visione aziendale come RISORSA principale anziché come semplice costo, allora tutto cambia.

Per cambiare bisogna cominciare a farci entrare nel sangue, nel cuore e nel cervello che sono davvero finiti i tempi del “Paron” o del “Commenda” che comanda tutto da solo e fa tutto da solo. In un mondo iper connesso, iper tecnologico e iper globale quale quello in cui siamo è indispensabile imparare a fare SQUADRA.

Ma non così, giusto per far contento il responsabile del personale. Serve imparare a creare una SQUADRA STRAORDINARIA per la sua capacità di produrre VALORE, RISOLVERE PROBLEMI e COLLABORARE per l’ECCELLENZA.  

Lo so, non è esattamente dire poco. Per questo sempre più aziende oggi fanno così tanta fatica ad affrontare il mercato del lavoro 4.0. Mancano i requisiti fondamentali alla base. Manca un’adesione reale dei lavoratori all’azienda. Manca, troppo spesso, una visione e un progetto dell’azienda per creare adesione e reale partecipazione dei propri lavoratori, oltre che fornire loro strumenti adeguati per rispondere al meglio alle esigenze aziendali.

Ecco perché le aziende Giver di Firenze (chissà poi quante altre ce ne sono in giro di cui non conosciamo l’esistenza!) sono imprese che producono “valore”. Non solo ricchezza, ma valore. A differenza delle aziende “sucker”, le succhiasangue come le chiamo in “Un Lavoro che Vale”, che invece si limitano a TOGLIERE risorse alle persone con le quali interagiscono e ai territori nei quali operano. Basta pensare l’industria dell’azzardo, chi produce armi, le imprese fortemente inquinanti, ma anche le imprese che offrono lavori inutili.

Le aziende Giver di cui si è sentita voce a Firenze invece portano valore e sono… BELLE.

C’è l’impresa che attraverso la moda e la creatività, riciclando materiali di scarto, porta dignità e una professione alle donne in carcere. E poi quella che produce generatori solari che, al contempo, depurano l’acqua e forniscono accesso ad Internet per le città del futuro.

C’è anche la multinazionale che, oltre ai punti vendita, fonda empori dove chi ha bisogno può prendere in prestito attrezzi e materiali per i lavori casalinghi. Sono imprese civili, plurali, bio-diverse, ibride.

Sono imprese fatte principalmente di “relazioni”, che  vanno alla ricerca di nuove domande, fanno emergere nuovi bisogni, scrutano i luoghi e le persone per coglierne le domande inespresse.

 “Eh, ma c’è la concorrenza, i cinesi mi mordono i calcagni… non ho tempo per formare i miei dipendenti, lavorare sulle relazioni… devo far quadrare i conti a fine mese io!  Li assumo perché mi dovrebbero aiutare e invece pare che non aspettino altro che succhiarmi lo stipendio a fine mese!” 

Questa, per molti imprenditori è la sensazione diffusa: i lavoratori sono spesso piantagrane e troppo poco produttivi. Sicuramente molto più interessati al loro tornaconto che al bene dell’azienda. Per tanti imprenditori la percezione di essere all’interno di un rapporto sbilanciato in cui ciò che ricevono in cambio dai propri lavoratori è molto inferiore a quello che sentono di dare.

Poi però, guarda caso, la stessa identica sensazione accomuna molti lavoratori. Insoddisfatti, si trascinano in una angosciante routine casa-lavoro, senza nessuna voglia, né passione.

Il venticinque percento dei lavoratori nei paesi avanzati, soprattutto giovani, percepisce il proprio lavoro come inutile. Le imprese civili invece creano e distribuiscono valore condiviso, che tracima oltre i confini dell’organizzazione per inondare l’ambienta nel quale operano.

E allora che si fa?

Innanzitutto si prende atto che non tutte le aziende sono succhiasangue e non tutti i lavoratori sono dei fannulloni.

In secondo luogo si affronta la realtà dei fatti: non è una questione di assumere meglio o diversamente. Molto spesso un lavoratore brillante per una certa realtà – a contatto con compiti, mansioni e contesto diversi diventa un lavoratore che si spegne e finisce per chiedersi sempre di meno e dare sempre di meno.

Infine si comincia a chiedersi DI PIU’. Di più come azienda e di più come lavoratori.

Come azienda, mai come oggi, è il momento di fermarsi a riflettere quanta attenzione e intenzione stiamo mettendo nella guida dei nostri lavoratori: sono numeri che mandano avanti la baracca, o sono persone da cui, con un po’ di buona volontà e una strategia efficace, potremmo riaccendere passione, entusiasmo e voglia di fare la differenza?

Come lavoratori, mai come oggi, è il momento di rendersi conto che – nonostante la crisi – le opportunità di crescita e di cambiamento sono tantissime. Solo che dobbiamo imparare a riconoscerle, trovarle, scovarle.

Come insegna il Festival, queste “imprese civili” esistono e sono tante; piccole, forse, ma molto concrete. Sono figlie della nostra creatività tutta italiana che non aspetta altro che essere richiamata all’azione.

Una chiamata al diventare LavorArtisti appassionati, non più solamente lavoratori o imprenditori insoddisfatti, frustrati, stressati che si trascinano stancamente combattendo la loro silenziosa guerra quotidiana in attesa del prossimo momento di tregua nel weekend (forse… email e straordinari permettendo).

E’ solo quando il lavoro diventa Arte, che finalmente smette di diventare Lavoro!

Fonte https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2019-03-30/addio-profitto-scopo-dell-impresa-e-felicita-chi-ne-fa-parte-152327.shtml

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“Non azzardarti a volare basso, amico mio. Non sentirti in colpa se hai obiettivi alti. Quei sogni sono stati piantati come semi nella tua anima per un motivo ed è tuo dovere onorarli. Non frenarti nella vita solo per confortare o placare chi ti sta intorno. Trattenersi non è umiltà: è mentire”  Cit. B. Burchard